Ricordi

Matthew Broussard: amico, artista geniale, unico

Matthew Broussard: amico, artista geniale, unico

Giorgio

Agosto 8th, 2023

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C’è un po’ di Matthew in molte delle cose che ho imparato a vedere.
E c’è un po’ di Matthew un po’ ovunque anche al Fishmarket e al Chiosco.

Matthew Broussard se n’è andato via questa notte.
Con la sua aria scanzonata da folletto, la sua straordinaria umanità, la sua inesauribile voglia di fare, di vivere ogni attimo.
Amico, artista geniale, unico, infaticabile, alla continua ricerca di nuove intuizioni.

C’è un po’ di Matthew in molte delle cose che ho imparato a vedere.

E c’è un po’ di Matthew un po’ ovunque anche al Fishmarket e al Chiosco.

La pagina di apertura del sito del fish è una sua opera.
Suo il Minotauro, scolpito in pietra di Vicenza, gioco preferito di tutti i bambini del Chiosco.
Sua la scritta Fishmarket in ferro che campeggia sopra il palco.
Insieme abbiamo montato la bicicletta luminosa che sovrasta l’entrata del Chiosco e insieme abbiamo realizzato il puzzle della parete laterale del Fish con pezzi di legno recuperati da vecchi arredi.

E assieme, per molto tempo, abbiamo scandito una stagione dopo l’altra.


Matthew aveva la capacità di osservare il mondo da una prospettiva unica e a tradurlo in arte con una semplicità disarmante.

 

Ogni cosa della sua vita era fatta d’arte o vissuta per l’arte.
Le sue intuizioni geniali, ancor più geniali nella loro disarmante semplicità.
Ci conoscemmo verso la metà degli anni novanta. Stavo lavorando alla realizzazione del Blù con Luigi Troncon e questi chiamò Matthew, arrivato da poco in Italia, per dare una mano.
Era primavera, Matt era in pantaloni e cintura da carpentiere, a torso nudo, con il cappello texano da cowboy e le inseparabili All Stars consumate.
Mi invitò a raggiungerlo pochi giorni dopo in un piazzale a Marghera per una giornata di sensibilizzazione al problema dell’inquinamento.
Lui arrivò col suo furgoncino scassato. Aprì il bagagliaio e ne trasse un misterioso fagotto di nylon. Lo appoggiò a terra e lo collegò al tubo di scappamento del suo furgoncino.
In poche ore prese la forma di un cubo trasparente di quattro metri per lato, pieno di gas di scarico che fluttuavano minacciosi. L’aveva realizzato semplicemente unendo dei fogli con il nastro adesivo.
La gente se ne restava a guardare a bocca aperta, ma di lontano, atterrita da quel rigurgito di miasmi imprigionati.
Matt aveva messo semplicemente una cornice intorno a quello che accadeva ogni giorno in un qualsiasi incrocio.

Restai incantato da quella realizzazione.

Non c’era materia che non si piegasse al suo volere.
Pietra, legno, plastica, ferro.
Non c’era progetto o impresa che lo spaventasse.
Niente era impossibile per lui, si lavorava con quel che si trovava e non si buttava via mai nulla.
Tutto tornava utile e prendeva nuova vita.

Dietro ogni opera, ogni realizzazione di Matthew c’è una storia.
Se avrete l’occasione di gettare lo sguardo al fiume dal Ponte San Nicolò noterete un rudere.
Sembra il pilastro di un vecchio ponte.
Era inverno quando Matthew si gettò a nuoto per raggiungere il rudere che lo incuriosiva.
Quando scoprì trattarsi di un vecchio mulino scattò nella sua mente l’dea per una delle sue incredibili creazioni e con una carriola, una corda e una carrucola portò della terra buona fino a riempire il rudere.

Seminò e coltivò per mesi quella terra fino a che, in estate, il rudere si coprì di spighe dorate e trasformò il mulino in campo di grano chiudendo, così, un cerchio.

Per terminare un’installazione in concorso a Glasgow, con una barchetta se ne andò nel Canal Grande a riempire con l’acqua del canale qualche decina di damigiane.

E poi ne stipo’ quante più ne potette nel suo furgoncino e viaggió così, per due giorni, pieno di damigiane riempite dell’acqua del Canal Grande fino in Scozia per poter riempire di quell’acqua un cilindro di vetro sospeso che aveva fissato sulla banchina all’entrata del porto e completare così l’opera.

Sua l’idea della Pocket Gallery nel 2001.

Una galleria d’arte itinerante, in una scatola di fiammiferi, che viaggiava di artista in artista ospitando, a turno, un’opera realizzata appositamente per quelle dimensioni.

Sua la realizzazione, in questi ultimi anni, delle enormi coloratissime sculture in pietra firmate da Ugo Rondinone e contese in ogni parte del mondo.

Caro Matthew sei rimasto a scolpire la tua amata pietra fino all’ultimo istante, fino a quando la malattia ti ha lasciato un briciolo di forza.

E potrei continuare per ore e continuerò certamente, poi, in privato, raccontando di te a tutti quelli che ti hanno incontrato anche solo per un attimo.

Matthew colpiva al cuore. Sempre.

Con quel suo enorme cappello da cowboy e l’inconfondibile accento di Dallas con cui condiva un italiano sempre ricercato e la battuta sempre pronta.

Ti voglio bene amico caro, spero la tua anima faccia un buon viaggio, ti abbraccio forte, e abbraccio forte Bonnie e Robin, tutti quelli che ti hanno voluto bene e tutti coloro che ti poteranno nel cuore.
GP

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